La poesia ha il meraviglioso privilegio di poter giocare con il linguaggio, di mischiare idee e parole senza sottostare a troppe regole. Quando un autore riesce a reinventare le parole (o a crearne di nuove) portandole fuori dal loro contesto e a inserirle con grazia in una nuova dimensione, la poesia che nasce ha una forza particolare e difficilmente viene dimenticata.
Riporto due esempi di un autore italiano che amo molto: Erri De Luca. Entrambe le poesie sono tratte da L’ospite incallito e hanno l’inconfondibile stile dell’autore: versi (come anche la sua prosa, del resto) sinceri, diretti, mai banali, concentrati e densi di emozione.
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Proposta di modifica
C’è il verbo snaturare, ci dev’essere pure innaturare,
con cui sostituisco il verbo innamorare
perché succede questo: che risento il corpo,
mi commuove una musica, passa corrente sotto i polpastrelli,
un odore mi pizzica una lacrima, sudo, arrossisco,
in fondo all’osso sacro scodinzola una coda che s’è persa.
Mi sono innaturato: è più leale.
M’innaturo di te quando t’abbraccio.***
Maniera
Accosto la fronte alla tua, si toccano, dico: «È una frontiera».
Fronte a fronte: frontiera, mio scherzo desolato, ci sorridi.
Col naso ci riprovo, tocco il naso, per una tenerezza da canile:
«E questa è una nasiera», dico per risentire casomai un secondo sorriso, che non c’è.
Poi tu metti la mano sulla mia e io resto indietro di un respiro.
«E questa è una maniera», mi dici.
« Di lasciarsi?», ti chiedo. «Sì, così».Erri De Luca, da L’ospite incallito, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2008