Oggi, in una libreria con uno scaffale dedicato alla poesia finalmente serio (cosa molto rara), ho scoperto un autore che proprio non conoscevo. E mi è piaciuto all’istante. Di solito per scegliere un libro di poesia, apro i volumi a caso soffermandomi su quattro, cinque pagine; se le poesie mi acchiappano subito, se non sono volutamente e artificiosamente incomprensibili, se non parlano tutte dei soliti amori buffitristi (o tristibuffi) e inventati, se mi lasciano almeno un’immagine nitida, allora acquisto il libro. Oggi è andata così, mi sono bastate tre pagine (e dove ti eri nascosto fino ad oggi, Nikos?!). Lascio qui l’ultimo testo del libro, non proprio una poesia (in senso tecnico), ma un paio di pagine che parlano di poesia e che (sebbene questo non sia di alcun interesse per chi legge) mi trovano totalmente d’accordo.
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Le poesie per strada
Mi piacciono le poesie che vivono per strada, fuori dai libri: quelle che tremano agli angoli e fumano sempre come ciminiere; che si accendono e si spengono, nella notte, come luci natalizie – non quelle attaccate agli alberi della festa, nel tepore delle stanze, ma quelle che accentuano la solitudine degli animali macellati nelle vetrine viola delle macellerie di quartiere.
Quelle storpie e quelle solitarie, mi piacciono: le poesie-randagie che camminano zoppicando agli angoli bui dei viali: quelle che gli autisti ubriachi ignorano e lasciano senza aiuto per la strada. Anche le poesie-bambine, però, amo: quelle che non hanno ancora imparato l’alfabeto ma possono, con due parole, tapparti la bocca.
Mi piacciono, poi, quelle disperate eppure sorridenti: le poesie-complici: quelle che ti strizzano l’occhio in un gesto d’intesa. Che non si perdono in chiacchiere, non ti rubano tempo ma continuano indifferenti per la loro strada: le poesie-“non ti chiederò niente”; quelle che salutano solo e poi se ne vanno, come mi piacciono anche le altre, quelle allegre, che preferiscono i giochi alle lezioni, ma anche le poesie-nonni, perché anche se conoscono bene la vanità della vita la vogliono comunque vivere.
Non amo per niente le poesie-zitellone che rimettono in ordine tutto il giorno le stanze con le parole, e neppure le poesie-tailleur, quelle perbene.
E non sopporto neanche quelle che si danno tante arie: le poesie poesie con molti puntini di sospensione, né le altre che ritengono la natura loro madre e ne hanno continuamente nostalgia, infilate come sono dietro alle scrivanie. Mi fanno schifo quelle che si chiamano simboliche, le poesie con un messaggio, quelle che si compiacciono delle belle parole e quelle afasiche; le poesie-signore con l'Alzheimer. Neppure i lunghi poemi amo: le poesie-Ben Hur, quei torrenti verbosi che si scrivono quasi sempre per i critici, anche se si spacciano per guide delle masse prese solo dal bene di quelle.
Dall'altra parte non sopporto nemmeno quelle esitanti: le poesie-sandali con il calzettino e neppure le poesie-giacca militare e sedicenti Che Guevara, che a mezzogiorno si ritrovano al bar dei fighetti.
Non mi piacciono quelle sagge scritte dai giovani, né quelle giovanili scritte dai vecchi. Mi fanno girare le budella le finte ecologiste, quelle d'amore tutte sdolcinate e mielose, ma anche quelle che implorano l'opinione del lettore.
Neanche le mie amo. Mi piacciono solo quelle che mi hanno opposto resistenza: quelle che non sono mai riuscito a scrivere.
Per questo amo le poesie che vivono fuori dai libri: quelle che non si sono mai preoccupate di piacermi. Quelle che camminano indifferenti per la strada, fuori, con le mani in tasca, e di me, in ogni caso, se ne fottono.
Nikos Chuliaràs (Grecia, 1940-2015), da Immagini all’altezza della vita, in La neve che conoscevo, Molesini Editore Venezia, 2026, traduzione di Renzo Cremona
♫♫Fabrizio Paterlini - Rue des trois frères · https://www.youtube.com/watch?v=fsDZqNLBfNo



