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| Foto ©ANSA (Gaza, novembre 2025) |
Circa settant'anni fa, ricordando l'Olocausto, Primo Levi si chiedeva se una persona, privata della propria dignità, ridotta a vivere nel fango e costretta a subire ogni umiliazione, fosse ancora definibile come un essere umano. Oggi, di fronte al genocidio in corso a Gaza e a come sono costretti a (non) sopravvivere i Palestinesi, dobbiamo chiedercelo di nuovo, o almeno se lo sta chiedendo chi sceglie di non chiudere occhi e coscienza (gli altri negano, minimizzano. continuano a fornire armi e a commerciare con il governo genocidario).
Eppure era stato detto "mai più!". Eppure. E le testimonianze portate e documentate dai volontari disarmati della Global Sumud Flottilla, sequestrati, picchiati, torturati dall'esercito israeliano, ancora non bastano per dare vita a un generale e definitivo "BASTA!".
Le generazioni future potranno ancora credere ad un "mai più!" verso l'ingiustizia? Gli stiamo togliendo anche questa speranza?
***
Se questo è un uomo
Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.Primo Levi, da Se questo è un uomo, 1958, Einaudi

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